C’erano una volta i preparatori atletici…

Capita spesso che cadendo ci si faccia male, o che prendendo un calcione si sia costretti a uscire anzitempo con una contusione “da riposo settimanale”. A queste cose, noi uomini (e donne) di sport siamo abituati. Quello che proprio non trova spiegazione sono gli infortuni “del ca..so”. In tre mesi di campionato e coppe abbiamo visto uscire in barella, salire in tribuna e lasciare a casa minimo quattro o cinque giocatori per squadra, appiedati da stiramenti e contratture. Le big, in special modo, sembrano non riuscire a debellare l’ultima piaga del millennio. I sintomi sono difficili da diagnosticare: l’unica cosa certa e che, all’improvviso, i muscoli cominciano a tirare, il dolore si acutizza e la volontà cede. Roba che nemmeno il morso di un vampiro. Sembra cosa da nulla, ma c’è chi ha compiuto sessant’anni prima di rientrare in campo. Le infermerie delle società sono così piene che, in confronto, il pronto soccorso del San Camillo alle quattro del pomeriggio sembra il deserto dei Tartari. Inter, Milan, Juventus, Roma (citando la classifica), non sanno più che pesci pigliare. In realtà basterebbe una preparazione atletica degna di tal nome, ma tant’è. Eppure la tradizione parla di una figura mitologica, metà animale-metà umana, chiamata volgarmente “preparatore” che, attraverso pozioni e allenamenti, rinvigoriva il fisico degli atleti, non solo all’inizio della stagione, ma anche prima d’ogni gara. Questi maghi facevano della prestanza fisica una delle caratteristiche principali del loro sapere. Ad oggi, sembrano scomparsi. Qualcuno ancora ne parla, ricordando i bei tempi andati; qualcuno sostiene che non siano mai esistiti. Ai posteri l’ardua sentenza…

G/Gpg

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