“Perché sono qui, pagina 2”

Parco Meda

Mezzo chilo di dolore, cento grammi di rancore, due euro e sette di magia. Abbiate cura di me. A morsi. Siate le mie badanti. Si dice che ognuno abbia a disposizione dieci vite, dieci momenti di curiosità, dieci tracce di generosità. Tra le mie dieci, di esistenze, io avrei messo senza dubbio quella di Arcadio Buendía, uno dei personaggi di García Márquez nei “Cent’anni di solitudine”. Una vita fatta di amache, di 65 giri attorno al mondo assieme a una banda di marinai apolidi, di tatuaggi, di rumori, peti e scopate memorabili. Il finale di una vita così può anche essere atroce.

Ultimi mesi e mi consegno. Al maresciallo mi consegno. Enorme, catarrale, una prostata al limite, un riferimento solidissimo per noi, quelli del parco. A morsi.

La mia colpa? Non ho fatto il mio fino in fondo e, come dicono le nonne, chi sbaglia paga. Per fretta, ma nemmeno troppa. Per errore e basta. Un errore facile facile, fatale eppure veniale. E poi una serie di delitti minimi, che non sempre sono riuscito a controllare. Incomprensioni, omissioni, vigliaccate della porta accanto. A morsi.

L’avrei voluta un poco più abboccata, come dicono gli esperti di vino, questa vita. Amabile. E mossa. Almeno questa, tra le dieci che dicono ci tocchino.

E invece m’è toccato di scegliere di diventare un capolavoro di improvvisazione resistente. A lungo ho lasciato che scegliessero gli altri e sono rimasto fermo e poi sì, ho detto sì a qualche sconcia scorciatoia. Non è una cosa nuova, lo so. Questo è, però.

A morsi.

Gli ultimi mesi li ho passati da mia zia. La zia Sina, fiore (e fioretto) di Puglia, umida e timorata, come la notte senza sogni.

E io, io invece volevo essere come la neve, quando ti sorprende e ti stravolge, la neve che ti scrocchia sotto i piedi, che ti acceca, che poi si sporca, si ghiaccia e ti fa cadere. E così ti morde il culo. A morsi.

Io da zia Sina non ci potevo restare, pane e platesse. Io l’avrei ammazzata con quelle platesse. Un buco in piena fronte con quel cazzo di pesce surgelato tra le mani. A morsi.

E allora ho scelto il parco. Per stare coi vecchi, coi vecchi e le badanti, i barbecue dei filippini, i bambini madonnari improvvisati coi gessetti sfranti sul viale, la luce d’oro di un mondo vero, uno straccio di periferia, la mia. La vita mia.

Un paio di mesi e mi consegno vi dicevo. Devo espiare? Anche se fino in fondo io non ho capito se è così, se è giusto così, facciamo che è così e non parliamone più.

Qui c’è Antoine il custode-poeta-caldarrostaro, c’è la banda del tre sette (giocatori compulsivi e commentatori seriali), c’è Febo che non ha saputo guardare oltre la sua splendida fragilità, c’è il vecchio maresciallo, c’è la banda di quartiere. E poi c’è Marika, una donna che sa cos’è il talento di saper stare nelle cose. Vittoria che si colora i polpastrelli e dice che suo papà è una nuvola. Marco, che ha imparato l’antica arte di ridere e scordare.

Ci ritroviamo sulle stesse panchine umide e sbucciate, io e le badanti ucraine. Ci scambiamo saggezze, conversiamo delle nostre stanchezze, tra l’Est del mondo e l’est di Roma il feeling è denso.

Loro, le badanti, sfiatellano una mescola memorabile di agli e cipolle. E’ alitando che sedano le residue velleità di resistenza delle loro anziane badate.

Io, pacato, rispondo con un maglione che esala zitromax, perché al parco fa freddo e mi sono beccato la bronchite. No tranquilli, non dormo su una panchina. Gli amici m’hanno regalato un caravan e io l’ho parcheggiato sotto un pino marittimo. E resto qua, giorno e notte, al parco.

Parliamo un po’ romano, un po’ ucraino. Io naturalmente non capisco, ma a loro piace. Si chiamano tutte Olga, Zvetlana, Iolanda. E Minsk. Qualcuna si chiama pure Minsk, come la Dinamo calcistica penso, ma resto zitto.

Tra una guancia rossa e un colpo di sole tardivo sulla zazzera ex sovietica, ci confessiamo l’inconfessabile. Loro, si ripromettono bigiotteria meno sconcia per le uscite premio che di tanto in tanto i figli dei badati concedono dopo giorni e giorni a pulire culi. Io aggiungo che sto pensando di farmi ricrescere i capelli. Per vezzo. La bruzza tira tesa e si incanala nel vialetto del parco.

Oggi è una giornata un po’ complicata, ce lo diciamo. E poi è già quasi buio. E allora ci salutiamo.

Come dicono, ci sono i dolori. E i dolori da niente. Quelli da mezzo chilo che, però, a certi guerrieri spettinati, scompigliano comunque lo stomaco. Ma questi guerrieri, vestiti sempre di jeans col buco e magliette a manica corta, sono vento e, come canta Mannarino, “come er vento… vanno ndo je va…vanno ndo je va, ma stanno sempre qua”.

Al parco, corale e di cortile.

Perché la vita è così ed è bellissimo che sia così, a morsi.

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