Gli inchiodati, pagina 1. La camicia bianca

camiciabianca

Se potessi scrivergli glielo scriverei. Nemmeno io ce l’ho bianca, la camicia, caro Fabrizio, Fabrizio De André. E’ un po’ già che ci penso. Quello che non ho, quello che mi manca, è una camicia bianca (cit.).

Penso a cosa si può confessare in 5 minuti e 53 secondi, il tempo di questa canzone. L’attacco in poche parole contiene già tutto. Non ho tesori o furbizie particolari da sbandierare o offrire (forse per un po’ di gente effettivamente vale lo stesso discorso) e nemmeno un indumento 98 per cento cotone e 2 per cento elastan, colletto classico, trasparenza leggera, monocromia bianca; 52 centimetri di maniche candide; 32 centimetri di schienale intonso. Io, non ce l’ho. Nell’ordine delle cose, non mi manca niente.

E, per questo, non mi sento di avere davvero nulla da metterti sul tavolo, se ci vogliamo mettere a parlamentare ecco. Anzi, immaginando di averti seduto qui, davanti a me, seduto sulla sedia di vimini al tavolino brutto della mia cucina, 80 centimetri per 80, un centrino tarlato al centro, sopra una fruttiera mele, pere e cachi mela, sotto una cerata gialla. Due bicchieri di vino, non so dirti quanto pregiato, l’ho trovato nello sgabuzzo. Ma del resto sono le 5 e 46 del pomeriggio, mica vorrai bere, sei serio? Se potessi scriverti te lo scriverei ma, già che sei qua, approfittiamone. Bevicchiamo e parliamone.

Te dico, te lo pensi mai che nell’armadio in cui ti sei ordinato e organizzato la vita, una camicia candida ce l’hai? A stampella o arrotolata mica importa. Non la devi esibire, ti ci devi avvolgere, coccolare, sfruculiare, scaldare quando la mattina anziché l’oro porta freddo e umidità. Il mio tarlo è quello di essere un razzista involontario. Non voglio, non me ne accorgo, e intanto ti metto a distanza. Non ho nessuna buona intenzione o velleità da boy scout. Semplicemente non penso di aver il vezzo, l’inclinazione, del discriminatore. Eppure mi si è piantato dentro, questo tarlo. Specie nei confronti delle donne di mezza età, magre, belle ed eleganti, africane. Nella mia testa sono tutte etiopi, magre e sofferenti.

E io le guardo male. Mica è vero, però mi pare. Vorrei fargli vedere la camicia bianca, sblusandomela fuori dal maglione. Mica per un’affermazione etnica eh, camicia bianca-superiorità-bianca-potere bianco. Io sono un buono sa, e vengo in pace. Questo vorrei direi. Io ho la camicia bianca, sono una brava persona, lasci stare l’alone giallognolo sotto le ascelle, sudo acido, è lo stress.

No che sangue, quella è la classica patacca e non è sugo no, rape rosse, mia insana passione. E invece niente, sento che mi guardano male perché pensano che io le guardo male. E poi sono un mezzo stronzo, forse pure intero. E loro lo sanno. Oggi, pensa proprio oggi che poi sei venuto a trovarmi tu, ne ho incontrata una di queste signore.

Classico capello crespissimo, giaccone verde paramilitare, auricolari attaccati, impegnata a parlare al cellulare in un so qualche ruvido dialetto. Io l’ho vista. Volevo sblusarmi la camicia, ed esibirgliela. Lei lo ha capito e si è allontanata. Io ho capito a cosa stava pensando e allora mi sono affrettato, ho fatto tipo un mezzo balzo – immagino il suo terrore – e l’ho abbracciata. Forte. Era bellissima. E pure io. Mamma Africa, io ti amo. Quello che non ho (cit.).
Simone

(per l’immagine della camicia bianca, filatexricami.it)

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