Le ruote del trattore segnano la terra nel loro ritorno verso il casolare, mentre il sole allunga le ombre tra l’uliveto e la vigna.
«Su piccola, scendi che per oggi il giro è finito. E corri in casa dalla nonna, è ora di fare il bagno!»
«Nonno, ma perché il grano è giallo? E perché la pecora mangia l’erba? E perché quella piantina si chiama OLTICA?»
«Perché, perché e perché! E poi si chiama ortica, con la erre. Se fai la brava e vai a lavarti, dopo ti rispondo. Forza, che anche le pecorelle devono tornare a casa, altrimenti la mamma si preoccupa.»
«Ecco, ecco mamma mia!»
Angela grida verso la strada. Ha riconosciuto la corriera che ogni giorno riporta sua madre dal lavoro, significa che tra poco la vedrà apparire.
«Mamma, mamma!», grida mentre le corre incontro.
La madre la bacia sulle guance, lei le getta le braccia al collo per farsi sollevare e roteare come le piace tanto.
«Ecco piccola mia!», le fa eco nel loro codice speciale. «Che ci fai ancora qui nel campo? Non dovevi fare il bagno? Tra poco arrivano Silvana e Verdiana, ricordati di che giorno è domani!»
Il viso della bimba si illumina, quello del nonno si vela in un istante.
«Allora hai proprio deciso.»
«Papà, per favore, te l’ho già detto che ce la meritiamo una vacanza insieme, dopo un anno di lavoro.»
«Sì, ma la piccola poteva restare con noi. Tu e le tue amiche magari vi volete divertire senza dovervela portare sempre appresso.»
Salvatore considera quella bimba come un’altra figlia. Non che gli manchino le femmine, in quella casa. Tra sua moglie, le sette figlie e la nipote, donne battono uomini nove a due. E poi Maria aveva avuto Angela che era poco più che una bimba anche lei, e da sola. Nessun uomo a prendersene cura, chi se non lui?
«Angela è figlia mia e la porto con me, fine del discorso.»
Non c’è durezza nelle parole di Maria, ma deve essere chiaro che la madre di Angela è lei, non i suoi genitori che pure l’avevano tanto aiutata e ripresa in casa quando era tornata incinta, senza un marito e un padre per la piccola.
«Nonno, io ci voglio andare alla vacanza con mamma!»
Angela fantastica da giorni su quella partenza. Non che a tre anni sia per lei un concetto così chiaro, ma deve necessariamente essere una cosa bellissima se ogni volta che se ne parla vede la madre sorridere felice. Così anche lei, per osmosi, è entusiasta: la mamma le ha raccontato che sarebbero andare in un posto dove le strade erano fatte di acqua e su un lago che era talmente grande da sembrare il mare. Lei la ascoltava, emozionata, la bocca spalancata in una a di meraviglia.
«E sai come ci andiamo? Con il treno, anzi con due treni! Uno più piccolo qui a Empoli e poi uno più grande a Bologna.»
L’aveva visto una volta sola, fermo, quel bestione di ferro, quando col nonno era passata davanti alla stazione, e, nonostante le sembrasse enorme e sbuffasse, non le faceva nessuna paura.
«Tuo fratello vi accompagnerà domattina all’alba, a che ora arrivano le amiche tue?»
Il padre riporta il discorso sul piano pratico. Salutare la nipote e separarsene per due settimane gli mette una sottile angoscia a cui non vuole dare retta.
«Vengono a dormire qui, così siamo pronte a partire tutte insieme. Bellino mi ha detto che ci porta verso le cinque e mezza, abbiamo il treno un’ora dopo e poi a Bologna troveremo la coincidenza.»
«Mammina, posso fare il bagno con te?»
Angela ha capito che domani la mamma non andrà al lavoro e insieme saliranno sul treno, anzi due!, per godersi interi giorni di divertimento e di coccole. A lei stare a casa piace, fare le torte con nonna e salire sul trattore con nonno, ma niente è come l’abbraccio della mamma.
Anche Maria si sente già in vacanza. È venerdì 1° agosto e la fabbrica di pellame dove lavora ha chiuso per ferie. Le operaie hanno venti giorni di vacanze retribuite e a lei, arrivata sulle colline di Montespertoli poco più che ragazzina da uno sperduto paese della provincia di Sassari, sembra un lusso. Venire in continente era stato il suo primo viaggio, ma non era un bel ricordo: l’aveva strappata dalla sua isola appena tredicenne e la campagna toscana era un posto inospitale che solo da poco cominciava ad apprezzare, con il suo lavoro nel distretto tessile. Aveva conosciuto Silvana e Verdiana e insieme avevano deciso di regalarsi due settimane sul lago di Garda e a Venezia, per rilassarsi senza l’assillo degli orari e degli impegni quotidiani. Questo sì che era un viaggio vero.
Guarda la valigia nell’angolo dell’armadio, già pronta con le sue cose, e poi il borsone con i vestiti di Angela e con i giochi che aveva voluto assolutamente portare.
«Mamma, Misha lo porto io in braccio sul treno». Maria aveva sacrificato un paio di scarpe per sé per comprare a sua figlia il piccolo orso di peluche, mascotte delle Olimpiadi di Mosca.
Tre anni da compiere a settembre, Angela era stata una benedizione, anche se inizialmente non era stato facile. Adesso invece aspettava la fine del lavoro per vedersela correre incontro e annusare il suo profumo di buono anche dopo ore di campagna, il sorriso sdentato a illuminarle il visetto. Il buon Dio le aveva regalato questa bimba amabile e solare, curiosa e vivace, e Maria la cresceva mentre cresceva un po’ anche lei.
Per questo non l’avrebbe lasciata a casa con suo padre e sua madre. Voleva tempo da passare con Angela, per guardare posti nuovi con i suoi occhi e magari cominciare a prepararla al primo vero distacco, la scuola materna che la aspettava a inizio anno.
«Buonasera signora Rosina, buonasera signor Salvatore. Grazie per la vostra ospitalità.»
«Prego, prego. Piuttosto andate a dormire, che domattina vi dovete alzare prima che faccia giorno! Angela, vai a nanna anche tu.»
Angela però non ha sonno. È troppo eccitata, nella penombra della stanza il vestitino rosso che la mamma le ha preparato per partire brilla come una stella. Non vede l’ora di indossarlo e sedersi sul treno vicino al finestrino.
Così la notte vola, e Angela si sveglia prima di tutti. Stando attenda a non fare rumore, scende in cucina ed esce dal retro, dove c’è l’altalena che ha montato per lei nonno Salvatore. Sale per farci un ultimo giro prima di partire, la vacanza sarà sicuramente bellissima ma chissà se ci sarà anche un’altalena.
«Angela! Angela, dove sei?»
La voce della mamma la riporta all’ordine.
«Mamma sono qui sull’altalena!»
«Forza, vieni dentro a fare colazione, che dobbiamo prepararci.»
Anche Maria ha dormito a tratti, l’ansia per la partenza è una sensazione nuova che l’ha lasciata sveglia più di quanto pensasse. Vicino alla porta ci sono i suoi bagagli e quelli delle sue amiche, è tutto pronto anche se fuori è ancora buio.
«Dico ciao ai gattini e arrivo!»
Angela va a salutare i suoi nuovi amici, nati da poco. «Fatevi grandi,io torno presto!»
Bellino carica la macchina. Maria e la piccola Angela si siedono davanti, Silvana e Verdiana sui sedili di dietro. La strada che separa casa dalla stazione di Empoli è breve e l’automobile fila veloce nel silenzio dell’alba.
«Ciao eh, divertitevi e state attente. E tu, piccolina, stai bene, zio viene a prenderti quando torni.»
Il rapido per Bologna parte con qualche minuto di ritardo. Angela si siede in braccio alla madre e scruta il paesaggio che le passa davanti, il naso appiccicato al vetro.
Maria ascolta Silvana e Verdiana che fanno progetti sui giorni che le aspettano.
«Io vorrei fare un giro in barca sul lago di Garda, dicono che tutto intorno le montagne sembrano una cornice e in certi punti sembra di essere in mezzo al mare, per quanto è grande!»
«Io non vedo l’ora di andare a Venezia e salire sul ponte di Rialto: ho promesso alla mia nipotina Elena che le porto una gondola in regalo.»
Maria invece non fa programmi. Per lei la vacanza è già stare con loro su quel treno scomodo e rumoroso, con la piccola Angela che non smette di dire “Oh!”. Per la prima volta dopo tanto tempo si sente felice, una giovane donna che va in villeggiatura con le amiche.
Il rapido arriva a Bologna pochi minuti prima delle nove.
Altro che la piccola stazione di Empoli! Le banchine brulicano di migliaia di formiche impazzite che corrono da una parte all’altra trascinandosi appresso borse e valige. In sottofondo, un altoparlante gracchia avvisi incomprensibili.
«Angela, dammi la mano e non allontanarti, che con questa confusione ci perdiamo. Ma tu sai dove dobbiamo andare, Silvana?»
Silvana alza le spalle.
«Dai cartelloni non riesco a capire, ma c’è l’Ufficio informazioni vicino alla biglietteria.»
«Mamma, io ho fame!»
«Sì, piccolina, prima chiediamo a che ora parte il treno e poi compriamo un panino.»
“Attenzione! Il treno diretto Ancona-Chiasso partirà dal binario 1. Il treno effettuerà le fermate a..”
«Mi scusi, a che ora parte il treno per Rovereto? Come dice? Ore 11 binario 2? Grazie!»
Maria ha un attimo di scoramento. «Mancano quasi due ore. E ora che facciamo?»
«Possiamo fare un giro in stazione, comprare i panini e poi andarci a sedere in sala d’attesa, comincerà a fare più caldo ed è meglio se aspettiamo lì.»
Per Angela questo è il paese dei balocchi: non ha mai visto tante persone tutte insieme, e poi ci sono altri bambini, cani che le fanno le feste, e negozi, edicole piene di giornali colorati, il bar con i gelati. Sì, deve essere proprio così il paradiso.
«Guardate, qui ci sono tre posti.»
Maria appoggia la valigia, accanto a un borsone bianco.
A un tratto, Angela scoppia in lacrime.
«Bimba mia che hai?»
Il pianto della piccola è inconsolabile.
«Mamma! Mamma! Io… io… l’ho scordato! L’ho scordato, mamma!»
«Cosa hai scordato?»
«Ho lasciato Misha a casa!»
Maria sorride per il sollievo. Per un attimo si è preoccupata che la figlia stesse male.
«Ma no che non l’hai scordato! Misha l’ha fatto apposta per tenere compagnia ai nonni al posto tuo. Se fosse partito pure lui, come avrebbero fatto? Così a loro è rimasto qualcosa di te.»
I lacrimoni si fermano sulle guance. È vero! Misha non avrebbe mai lasciato da soli nonna Rosina e nonno Salvatore. Angela annuisce con la testa, rincuorata.
Maria alza lo sguardo verso l’orologio della sala d’aspetto.
Segna le 10.25, tra poco più di mezz’ora finalmente si parte.