Prederby al bar

3 novembre 2010
Mirko er barista tiene il mento appoggiato sulla mano, vicino alla cassa. Aspetta che gli arrivi vicino per chiederti cosa vuoi da bere e per trattarti male un po’. Mirko er barista ha il bar, ma soprattutto la tavola calda sotto il palazzo in cui lavoro. In un quartiere ricco d’uffici e povero di locali, Mirko er barista vive quasi in un regime di monopolio.
E’ difficile evitarlo, c’è lui, ci sono i suoi caffè, i suoi tramezzini ed i suoi pasti sui vassoi impilati. Se vuoi mangiare a pranzo ti tocca pure la fila da Mirko er barista. Ma Mirko er barista è della Lazio e ti aspetta, come un uccello del malaugurio segue la tua fede, non la sua. Come un’aquila del malaugurio. Mirko er barista con le donne non ci parla e se ci parla non ci sa parlare.
Con me, Mirko er barista o mi offende – abusando di luoghi comuni veteromaschilisti – o ci prova, goffo ed imbranato, dandosi un’aria da rude uomo navigato. Rude, lo è. Navigato, non direi. Mirko er barista parla solo di argomenti che conosce e ricopre di sdegno e ingiurie tutto quello che non sa o che banalmente non gli interessa. E poi Mirko er barista è schifato dalle donne che parlano, che sanno, che amano il calcio. Perché è evidente che se hai l’utero non puoi apprezzare la bellezza di un tackle pulito, le ovaie mal si sposano con una rabona. Io questa cosa qui non la capisco e non la capirò mai. C’ho provato a dirlo, a Mirko er barista. Che per me il palleggio di Cafù a sberleffo di Nedved, cui ebbi l’onore ed il piacere di assistere dagli spalti dell’Olimpico, avvoltolata nella mia sciarpa giallorossa, ecco, per me quel momento fu poesia. Sublime.
Mirko er barista pensa “che patetica”, il calcio è duro, certo, non è per signorine. Mirko er barista può solo deridermi allora, da lassù, dal primo posto, può prendermi in giro, arrivare ad insultare il mio Capitano. Ha tirato fuori tutte le barzelletta sui (tanti) punti in più in classifica, mi sputa addosso l’orgoglio d’essere una minoranza come fossero un’élite, d’una squadra fondata prima. “Fondata prima?” l’ho irriso, “noi siamo nati il 21 aprile del 753 avanti Cristo”. Ma come faccio a dire questo a Mirko er barista?
Dovrebbe sapere d’una gloria porpora e oro di Cesari lontani, troppo difficile, per chi s’accontenta di veder volare impaurito un pennuto in uno stadio. Ma Mirko er barista ora l’ha fatta grossa. C’è il derby, questa settimana. E Mirko er barista straparla, gongola, ha finalmente riscoperto d’avere la voce, dopo anni di silenzio. Ha tifato di tutto, in questo periodo. Ha esultato contro se stesso, per non vederci tricolori. Mirko er barista ancora oggi tifa tedesco o svizzero e spagnolo e portoghese in coppa, io che in coppa per rispondergli dovrei mettermi a tifare Portogruaro. Ma Mirko er barista l’ha davvero fatta grossa, stavolta. Mi ha provocatoriamente chiesto qual è il mio piatto preferito. Dice che me lo farà trovare il lunedì dopo il derby.
Mirko er barista giura che io sono donna, infingarda per natura dunque, e romanista, codarda. Dice Mirko er barista che perderemo e finalmente ecco un pensiero che ci accomuna. Allora, pensa, se avessi la certezza di trovare giù al bar di Mirko er barista il mio piatto preferito, scenderei certamente lì, pronta a prestarmi alle sue vessazioni. Ma come fa Mirko er barista a non capire? Noi potremmo perderlo questo fottutissimo derby, ma vedi, caro Mirko er barista, io lunedì pranzerei comunque in faccia a te.
Perché io tifo Roma.
E non mi sazia lo stomaco. Ma mi riempie il cuore.
Anna Eva Laertici
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