Fuori c’era di tutto

Ammettere, confessare, denunciare la propria felicità, per me è la parte in salita della vita.
Perché abbiamo tutti paura di riconoscerci felici. Sappiamo che svanirà, che crollerà, che sfumerà. Lamentarsi è quasi spontaneo, piangere è di tutti.
Ma oggi c’è il sole sulla mia città. Ed io vengo da un weekend perfetto, che meritavo da anni. In cui di speciale non c’è stato nulla. Ho solo colorato la mia banale quotidianità.

Invece…

Fuori c’era di tutto.
Fuori c’era di tutto, c’era un Paese che va avanti senza governo. Appeso ad un filo che bloccherà qualsiasi velleità di riforma. Ma è un Paese che ha bisogno di riforme. E quindi resterà bloccato, terrorizzato, a vedersi invecchiare e superare da altri.

Fuori c’era di tutto.
Fuori c’era di tutto, c’era gente che si mescolava a chi chiede pane e diritti, giustizia e lavoro, per distruggere la mia città, il mio quartiere. Io, che per una volta posso dire “ve l’avevo detto”, ero altrove. Col cuore, con gli occhi. E con la testa. Perché non ne posso più di vedere idioti, sicuramente manipolati ma, altrettanto certamente, gratuitamente esaltati, rovinare le strade che amo e la volontà della maggioranza di poter manifestare la propria dignità in pace.

Fuori c’era di tutto.
Fuori c’era di tutto, c’era persino la Lazio che tornava a vincere un derby – per carità, a modo suo, su rigore farsesco e un plausibile fuorigioco – ma tornava a vincere. E per la prima volta provavo tenerezza per quei cugini in pigiamino celeste, che strappavano alla grandezza porpora e oro dei Cesari un risultato più sportivo e meno truffaldino. E nel silenzio di quartieri che sarebbero stati assordanti se a vincere fossimo stati noi, mi recitavo le parole di Pierpaolo Pasolini:
“Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro, il derubato che piange ruba qualcosa a se stesso”.
E sorridevo, quindi.

Fuori c’era di tutto.
Ma io non ero fuori. Ero dentro. I miei sogni. I miei sentimenti. La mia vita.

Fuori c’era di tutto, ma io sono qui.
Felice: confesso. Felice: lo ammetto.
E ho buttato la chiave.

 

Anna Eva Laertici

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