Salone del Libro di Torino 2023, ovvero Inno a Lagioia

A come Anfibi. Dopo l’esperienza del 2022, con 35 gradi all’ombra, l’idea di valigia che si era delineata nella mente era leggera, a maniche corte e con i piedi scoperti. Quando le previsioni meteorologiche si sono fatte più affidabili, verso la domenica, ho capito che gli anfibi erano stati riposti con troppa fretta. E, con il cappotto ripreso di corsa in tintoria (“Tanto non mi servirà prima dell’anno prossimo!”), mi hanno salvato la vita (vedi Diluvio).

B come Braccialetto (e Bandierine). È l’anno di un anniversario più o meno tondo della Costituzione e del Senato della Repubblica, nato qualche mese dopo di lei, così l’oggettino del desiderio 2023 ha i colori della bandiera italiana. Il tricolore campeggia sulla copertina della Carta costituzionale in special edition 75, sulle matite che hanno sempre il loro successo (“Me ne dà una che la porto in classe?” “E che fa, un mozzicone ad alunno?”) e su un braccialetto di stoffa che diventa subito cult.  E la bandierina? Per tradizione solo ai più piccoli, meglio se su quattro ruote.

C come Colazione, ma anche Cena. Con l’età, si impara che la colazione a prest’ora è fonte di grandi benefici. Si inizia la giornata con lo sprint giusto e si fa il pieno di nutrienti che, soprattutto se durante la mattina non ci saranno altre occasioni per uno spuntino, conducono agevolmente fino a pranzo. Se poi fai colazione in un albergo dove dormono praticamente tutti (o quasi) i protagonisti del Salone, la varietà e la ricchezza non si limitano all’ambito nutrizionale. E se il Santo protettore dell’hotellerie ci si mette, la magia si ripete anche a cena, come quando dopo una giornata di pioggia, stand e chilometri a piedi ti regala al tavolo accanto il tuo idolo di quando avevi 13 anni. Sorridente e gentile.

D come Diluvio. A memoria torinese non si ricorda una tale quantità di precipitazioni in così poco tempo. Giove Pluvio apre le danze giovedì e si ritira in buon ordine domenica verso ora di pranzo. In mezzo, una pioggia battente e continua che non è comunque riuscita a fermare l’esercito di visitatori, che hanno vinto quest’anno anche la medaglia d’oro in salto della pozzanghera. PS la colomba col ramoscello d’ulivo in bocca si è vista sul Lingotto solo lunedì mattina, anch’essa visibilmente provata.

E come Errore. Nella piantina della fiera, il nostro stand è segnalato male: in tutte le ennemila copie cartacee e, forse anche peggio, nei totem informativi dei padiglioni. Il ministero dell’Istruzione (e già qui potrebbero aprirsi scenari da nazicorrettori di bozze) coincide esattamente con quello della Difesa: un copia e incolla nefasto che ci spinge a chiedere ai solerti militari di indirizzare correttamente le persone, con un cartello-accrocco fai da te.

F come Futuro. Quello dei libri qui si vede: Booktok preso d’assalto, le case editrici delle autrici sponsorizzate da bookstagrammers circondate da lunghe file, autori e autrici che intercettano il gusto di un pubblico sempre più giovane. Al Salone non si teme il ricambio generazionale: il libro si prende nuovi spazi e con loro una inedita fetta di lettori, accanto ai canali classici e allo zoccolo duro di quelli che “io solo la carta”.  E tutti convivono in armonia, magari guardandosi gli uni gli altri con la curiosità di chi osserva una fauna davvero strana.

G come Gerini. La sfioro in uno dei corridoi dell’Oval mentre entro in magazzino a cercare quaderni finiti. Lei non lo sa, ma il suo nome è stato pronunciato centinaia di volte da me e da Mario, soprattutto da Mario, che giocherebbe con lei il suo bonus tradimento. Mi sembra un segno del destino e la fermo nella sua corsa verso chissà quale meta. Claudia sta al gioco, anzi, mi scippa il cellulare dalle mani per portarmi in un punto dove la luce per il selfie è migliore. E infatti in foto viene uno spettacolo (lei). Bella e simpatica, ammetto che le corna peserebbero meno.

H come Harlock. Mancava solo la benda sull’occhio e poi era identico. Il mitico Capitano gira a velocità rallentata per i corridoi dell’Oval nel pomeriggio di domenica, mentre tutti intorno corrono a mettersi in fila per qualsiasi motivo. Lui invece sembra godersi la passerella, lanciando occhiate languide agli stand e ai visitatori che si danno di gomito al suo passaggio. Il cosplayer non sa che, tanti anni prima, il suo precursore Pikachu ha avuto molto più successo di lui (vedi foto d’annata, anche senza apostrofo).

I come Incontri. Mai come quest’anno il tempo per partecipare agli incontri è stato risicato, al limite dell’inesistente. Pochi minuti in due o tre sale, più che altro volando da un padiglione all’altro mentre cercavo di ottimizzare le pause pranzo e pipì (la situazione bagni non è migliorata, ndr). Ma il destino ha lavorato per me (vedi Colazione e Cena) e i sorrisi delle persone che hanno affollato il nostro stand mi ha ripagato del Salone al quale ho partecipato di meno nella storia.

L come Lewis (Carroll). Attraverso lo specchio, questo il titolo delle 35a edizione, gli rende omaggio con una grafica floreale che ha per protagonisti Alice e il Bianconiglio. L’invito al lettore è di farsi guidare dall’immaginazione, e niente lo fa meglio di un libro: attraverso lo specchio di un titolo, di una copertina, di una storia, si può trovare un altro mondo. E, spesso, si può anche scoprire che, una volta tornati da quest’altra parte, l’altro mondo assomiglia terribilmente a quello che viviamo.

M come Emme. Emme di Marco (Malvaldi), Maurizio (De Giovanni), Michela (Murgia), (Antonio) Manzini, Malinconico (il personaggio per l’autore che figura retorica è? E comunque parlo di Diego De Silva). Sarà un caso che quasi tutti i miei scrittori preferiti cominciano per emme? Forse no. Di certo non sono un caso gli abbracci, i sorrisi, le battute con ognuno di loro, la dimostrazione che quando sei capace di usare le parole con tanta maestria è (anche) perché sei una persona speciale.

N come Nicola. Nicola è Lagioia, direttore editoriale del Salone per l’ultimo anno, che si è regalato un’edizione col botto (vedi Record). Cinquant’anni, barese ma torinese ad honorem, ha percorso centinaia di chilometri all’interno del Lingotto, materializzandosi ovunque servisse, compreso pure dove non sarebbe mai andato, eppure era lì quando fino a un momento prima era dall’altra parte del mondo (gli spazi della fiera sono smisurati). La mattina del martedì, a fuochi finiti, faceva colazione apparentemente da solo, perché invece con lui c’erano le centinaia di migliaia di persone che hanno visitato il Salone in questi sette anni. E anche io, come in un video virale su Instagram, gli ho detto ciao e grazie, Nicola.

O come Obiettivo. Quello che mi prefiggo ogni anno, anche se ha cambiato forma di edizione in edizione. Da “tutti i libri possibili”, a “nessun libro, che non ho spazio”, a “solo quelli che non potrei trovare altrove”, e di nuovo “basta libri, che pesano” e così in loop. Stavolta però la promessa è stata accompagnata da un quarto di valigia vuota, perché mi conosco e so quanto sono capace di disattenderla: e in quel provvidenziale spazietto hanno trovato posto dodici libri che non potevo proprio lasciare lì.

P come Programma. Quello cartaceo era probabilmente ancora dietro lo specchio, perché già a metà mattina del primo giorno era esaurito. Ovunque. “Fate con quello sul sito”. Vero, anzi, forse pure meglio perché il programma virtuale era “adattivo” e ogni volta che ti collegavi ti faceva vedere solo gli eventi da quel momento in avanti. Ma vuoi mettere spatasciare un bel volumetto di carta (stavolta particolarmente corposo), segnare con la penna e l’evidenziatore gli incontri a cui avresti voluto partecipare? Meno male che non avrei avuto tempo (vedi Incontri). Ovviamente, per magia, lunedì mattina ce n’erano pile intere: dall’altra parte dello specchio si era sbloccata la consegna.

Q come Quantità. Ogni anno, al momento di stilare la lista di materiali da portare, lottiamo con i numeri perché vorremmo che tutti i nostri visitatori tornino a casa con una Costituzione e magari anche un nostro ricordo e poi dobbiamo ricordarci che lo spazio a nostra disposizione ha un limite. Ogni anno poi scopriamo che siamo rimasti in pochissimi a regalare qualcosa: qui tutto è a pagamento. Nei miei giri civili, ho visto dei post-it identici ai nostri (solo che i nostri sono brandizzati) in vendita a un euro. E all’improvviso ho realizzato la lunga fila al nostro stand quando le persone hanno capito che era gratis.

R come Record. Ci eravamo lasciati il 22 maggio del 2022 con i festeggiamenti per il record di visitatori nel primo Salone ufficiale dopo il covid, ben 168mila ingressi. Quando inizia la conferenza stampa di chiusura del 2023, il numero che circola è clamorosamente più alto. E Nicola Lagioia (vedi Nicola) lascia ad Annalena Benini un testimone di 215mila presenze. Nel mio piccolo, cercando di raggiungere lo stand il sabato pomeriggio facendomi largo a sportellate tra le persone nei corridoi, un po’ l’avevo intuito.

S come Sale. Assisto al miracolo della moltiplicazione degli spazi, quando non sono previsti e invece diventano necessari, in un piovoso venerdì mattina. La mappa delle conferenze si era già arricchita di tutti i colori dell’arcobaleno, con le sale Rosa, Granata, Cobalto, Magenta e Bronzo. Ma non basta. Alcuni eventi si spostano al Centro Congressi, aperto in tutta fretta causa defezione per maltempo della Pista del Lingotto, vera novità del 2023 che però vedrà il debutto (meteo permettendo) per l’edizione 2024.

T come Torino. Quanto l’ho vista cambiare, in questi diciassette anni. Non conto quella volta da turista, perché la settimana del Salone è un altro pianeta. Nel 2006 la metropolitana non esisteva, l’unico ristorante che prendeva prenotazioni dopo le 21 era un antesignano della cucina molecolare da cui uscivo affamata a orari da fuso asiatico e con la luce del sole percorrevo solo i pochi passi che dividevano l’hotel dalla fiera. Adesso la giro come farei con Roma, con la differenza che la metro funziona, le distanze sono meno impegnative e il razionalismo stradale, dopo un iniziale senso di smarrimento (ma ci sono già passata di qui?) è invece tanto liberatorio. E pure i ristoranti hanno imparato a tenere le cucine aperte dopo le 22.

U come Umanità. Il popolo del Salone è una fotografia piuttosto attendibile della società, nonostante il biglietto di ingresso, le code in qualsiasi spazio condiviso e la categoria merceologica trattata (i libri) siano un efficace deterrente per i meno motivati. Ma agli affezionati che ogni anno varcano i portoni del Lingotto si aggiungono sempre di più tutti quelli che vengono perché è mainstream e non si può non esserci. Poi vuoi mettere quanti like si beccano su Instagram con le foto alla storica torre dei libri del padiglione 1?

V come Visite. Ogni tanto allo stand passano a trovarci amici, ex colleghi ora scrittori, ex colleghi abbonati al Salone, colleghi in gita di piacere, figli, parenti vari. La scena che si trovano davanti è sempre la stessa: con una mano allunghiamo l’ennesima, irrinunciabile penna (pardon, a Torino si chiamano biro) e con l’altra ci stringiamo in un abbraccio effetto romani che si incontrano in trasferta, una volta l’anno, stessa spiaggia stesso mare. Z come Zerocalcare, ancora lui, sempre lui. Tombato dietro il desk di Bao, addosso alla parete dello stand che pare quasi in castigo, vince per l’ennesimo anno la palma di più cercato, fotografato, stalkerato. Una penna nera per i disegnetti, generi di conforto a garantirne alimentazione e idratazione, Michele parla con tutti i fortunati che riescono ad approdare al banco del desiderio mentre sul frontespizio prende forma l’armadillo. E quest’anno c’era la bonus track: la fila mostruosa si crea anche quando lui non c’è, perché Bao vende una shopper in tela che ritrae la protettrice di chi si fa i *(fatti) suoi, firmata da Zc in edizione limitata.

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