In…pensione di fine settembre

Nella vita di papà, lei c’è da prima di me.

Lei, che per me resta “la Contraves”, nonostante i tanti cambi di nome, arrivava a Natale, quando un babbo natale dal vago accento svizzero ci portava alla Upim per scegliere un giocattolo. Arrivava un sabato pomeriggio, quando “ti va di accompagnarmi a casa di Pincopallino, che gli sistemo il computer?”. Arrivava all’improvviso con le partenze di papà, come quelle tante volte in Francia, in Svizzera, e poi laggiù in Egitto, e più giù ancora in Kuwait, prima e dopo la guerra del Golfo.

Io manifestavo per la pace, nel gennaio del mio quarto ginnasio, e loro combattevano contro licenziamenti e mobilità, perché Saddam era arrivato in Kuwait prima della loro commessa.

Un primo maggio passato di picchetto davanti alla “ditta”, tra fave, pecorino e i prati di tufo della Tiburtina Valley.

La prima e unica volta alle colonie, a follonica, papà lontano in Egitto e la nostalgia un po’ più forte.

I colleghi, che non ho mai capito quanti fossero in realtà, visto che ne incontravamo per caso in ogni angolo dell’Italia e del mondo.

I tornei di tennis, a cui si iscrivevano lui e Paolo e finivano con Paolo a medaglia e lui sugli spalti a filmarne le imprese.

L’infermeria dove una volta mi ha fatto correre.

Le foto di me e Paolo sulla scrivania, quel poster enorme e la scoperta della passione per Marylin, il regalo cazzaro di un compleanno che scandiva le ore con i versi degli uccelli, il caos, quello vero, di chi non ha mai detto no a una richiesta di aiuto.

Il sollievo di scoprire che il mio caos creativo è semplicemente genetica.

Oggi c’erano tutti. Facce che non conoscevo, facce che avrei dovuto conoscere, facce che ricordavo.

Erano lì per lui, come me, nel vestito che ha voluto regalarmi per la sua festa, sui tacchi che ho maledetto ogni minuto mentre scartavo vettovaglie, pulivo tavoli, mescevo bibite, servivo frutta e torta.

Erano lì a salutarlo, a ringraziarlo, a farlo commuovere, a regalargli un viaggio che non osava pensare.

E intorno lei, la Contraves, che lo saluta dopo quarant’anni, ancora non proprio convinta del pareggio di bilancio tra aver dato e aver ricevuto.

stesa

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