Next stop Piramide

Prendo la metro solo quando è strettamente necessario, e solitamente non è per il piacere di farlo.

Magari piove e in superficie potrei camminare solo sui tetti delle macchine.
Magari devo andare dall’altra parte di Roma, e ci devo stare pure presto.

Insomma, mai una buona notizia.

Una volta la metropolitana mi piaceva, ultimamente mi scopro intollerante, più spesso indignata. È proprio vero che invecchio male.

Stretta nel mio posto faticosamente conquistato al capolinea, ero assediata su più fronti: il signore diversamente magro s’è allargato, la signora col gomito azzeccato alla mia testa mi ha dato una sistemata alla messa in piega – e scusi tanto signora se esisto, ma il dispositivo per la smaterializzazione è a fare il tagliando – un ragazzo, già in cattivi rapporti con acqua e sapone, ha voluto condividere con me il lavoro del suo dentista.

Pensavo ai film americani girati sulle metropolitane. Da noi, almeno a quest’ora, non sarebbe possibile neanche fare una foto col cellulare. Figuriamoci suonare la fisarmonica.

Un tempo li beccavo tutte le mattine, quando per sei mesi di filato salivo a Rebibbia e scendevo a Colosseo. Poi siamo spariti, loro e io. Oggi pomeriggio invece, riecco la musica.
Non è sempre così scontato che sia precisa, a tempo e intonata, anzi. Per questo penso che le performance di livello vadano sottolineate e distinte dalla massa dei cani senza appello, con uno spiccio e un sorriso.

Il tipo di oggi era bravo, suonava a ritmo le note giuste, mettendoci anche del suo. Con lui c’era un bimbetto di quattro anni, capello fico, pantajazz bianchi con le frange, giubbotto di pelle nera, scarpe da ginnastica con l’allacciatura a strappo, unico segno della sua età.
Il padre ha attaccato con la colonna sonora del Ciclone in un gradevole arrangiamento gipsy e lui, da ballerino consumato, ha acchiappato con le mani l’apposito sostegno e ci ha ballato agitandosi come una ballerina di lap dance, puntando i piedi a ritmo e tirando fuori la lingua.
Mi sono chiesta dove avesse imparato a muoversi in quel modo, aggredendo il palo come la più consumata delle signorine da strip club.
E mentre me lo chiedevo, il ritmo è cambiato. Funziona così: la prima fermata serve per l’esibizione, la seconda per la riscossione. E quando il padre ha attaccato con un rassicurante tango da balera, lui ha preso il bicchiere di carta ed è passato in rassegna tutti i passeggeri.

Da tigre del palo è tornato bimbo che chiede la carità. Emotivamente troppo, per la mia giornata già impegnativa di suo. Spiccio, sorriso. Garbatella, prossima fermata Piramide.

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2 pensieri su “Next stop Piramide

  1. Post d’eccezione. Scritto meravigliosamente bene. Non invecchi male, direi che sei un buon vino, Stesa.

    Sulla metro invece io, che per la mia professione incontro persone, gioco con me stessa al ‘mestiere’. Ovvero provo ad indovinare che lavoro facciano i miei compagni di vagone. Chissà se ci ho mai preso. Non la saprò mai. Però mi racconto sempre delle storie bellissime.

    Anna Eva Laertici

  2. grazie, ma che invecchio male è vero. mi guardo intorno, vedo facce rassegnate a viaggiare in quel modo inumano e mi scopro a pensare che basterebbe questo motivo a fare la rivoluzione, altro che b e spread. oscillo tra la solidarietà tra i condannati e la voglia di un lanciafiamme che bonifichi il vagone.
    però sempre guardo e scruto e spio. e, a volte, racconto.
    k&h

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