Nauseata

Post autobiograficissimo.
Sono quasi tentata di firmare con il mio nome (tentazione già finita, io sono più Anna Eva di quell’altra…).

Cmq, che si sappia: sono chiusa nella stanza dell’ufficio a trangugiare del riso in bianco, scotto. Mi faccio tenerezza e pietà da sola, ma qui una serie di colleghi s’è ammalata e hanno contratto tutti lo stesso morbo… i bagni dell’ufficio di colpo sono diventati trafficatissimi. Terrorizzata dai racconti non privi di dettagli dei colleghi più audaci, alla prima nausea ho abbandonato la mensa e preso il tristanzuolo pasto di cui sopra.

Restando qui, però, resto sola con me stessa (pessima compagnia) e mi concedo alcuni pensieri che riporterò in rigoroso ordine puntellato (“sei una J” mi direbbero delle amiche… ringrazio le bimbe che staranno sorridendo – l’altra J in versione partenopea, Desperate Oli, MR e July – e vado avanti):

  • dal riso in bianco alla “grana padana”. Scusatemi tutti, ma devo:
    “Lega, ladrona! Roma non perdona!”
    … e so’ 20 anni che sognavo di dirla.
    Sti scassacazzi verdognoli, che hanno preteso di reinventarsi la geografia (la Padania non esiste, e basta co’ ste cazzate), la storia (i famosi Celti de Bergamo, ma annate a lavà i cessi degli autogrill, va’) e pure la religione con quella minchiata del dio Po, hanno basato il loro credo, le loro idee su due temi fondamentali: il mal di pancia dell’evasore fiscale e quello del razzista. Tutto ovviamente riassunto in un motto che da solo rappresenta l’assenza totale di finanche l’ombra di un neurone all’interno delle inutili scatole craniche di costoro: “Ce l’ho duro”. Bossi, ma anche no. Fidati. Non ce l’hai duro. Ora sarà la magistratura a farti sentire per benino cosa vuol dire il tuo fallocratico, inelegante e troppo celebre slogan.
  • Io voto. Voto da quando ho compiuto 18 anni. Non mi sono mai lasciata andare al qualunquismo del “ma tanto so’ tutti uguali”.
    Fino ad ora.
    Adesso, il rodimento è troppo forte. Il partito dei tesorieri, che di qua e di là fanno man bassa di denaro pubblico per porlo nelle proprie tasche, mi ha veramente intristito. Ma il partito che ha finito di trasformare la mia malinconia, mestizia, depressione in pura e profondissima incazzatura, è quello dei “a mia insaputa”.
    Signori, come mai a mia insaputa non avvengono illeciti? So’ strana? A mia insaputa, inoltre, non si acquistano o ristrutturano case. Al massimo, sono avvenute cose orride per me, non positive. A mia insaputa, probabilmente, m’avranno messo le corna, non versato milioni sul conto in banca. Sono démodée?
  • Oh, tu, attore che disperandoti hai posto tra i non capelli – che Dio ha giustamente deciso di staccarti da quel teschio immeritevole di cervello e di estetica – le tue mani, al grido di “Nooo! Ho fatto autogoal” e invece ti eri venduto, ebbene, sappilo, non sei al primo posto del mio odio di tifosa furente.
    La medaglia d’oro dell’ira calcistico-laerticiana è data agli ultras che hanno chiesto esplicitamente, per soldi, che la propria squadra perdesse un derby. No. Io all’amore ci credo. La squadra che tifo la amo (rappresenta la mia città, che amo, e ha un capitano, che amo, che è nostro concittadino). Guai a chi la tradisce.
    Nella settimana santa, scopro con ribrezzo che per 30 denari ci sono più Giuda di quanti non pensassi.

La pausa pranzo finisce.
Il riso in bianco faceva schifo.
Le nausee restano (e se avessi avuto un € per ognuno che questa mattina mi ha fatto la battuta ‘ma alloraaa sei incintaaaa’, oggi potrei comprami Masiello o in alternativa pezzi della famiglia Bossi).

Chiusura del break con telefonata al Gigio Shylock del post precedente a discettare di felicità assoluta.
Non esiste, fratè, non siamo capaci non tanto di conquistarla, quanto di tenercela.

 

Anna Eva Laertici

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