Casual encounters (tra Atac e Pirenei)

Papà giovane, due bimbi maschi. Poca età che li divide, piccoli, stesse scarpe – come solo pensare di comprargliele diverse? Li fa salire dalla porta di dietro, li fa scendere dalla porta centrale, mentre si tengono per mano.
Mamma giovane, forse, anzi, sicuramente straniera. Un bimbo di pochi mesi nel marsupio, a seguire uno più grandicello con zainetto, casco e monopattino. Oggi piove, e con gli stivali di gomma ogni pozzanghera è la sua: la faccina concentrata nello sforzo di seguire il codice della strada fa sorridere due signori su uno scooter, che si fermano a guardarlo mentre attraversa con la perizia di uno grande.
Ragazzi in gita. Ridono, portano sulle spalle un compagno che porta a sua volta sulle spalle una bandiera, cantano. Le strade risuonano delle loro voci, le persone li seguono con lo sguardo. Ed entrare dentro quel recinto spegne ogni suono, ma non il loro sorriso. Nell’esplanade basta quello, per far vedere agli altri quanto si è felici.
Due signore africane. Il cielo dice notte fonda anche se è mattina presto. Cominciano parlando tra loro in francese, una ride, rumorosamente, senza stonare con il luogo in cui si trova. Passano all’africano, i suoni si fanno meno intellegibili, ma capisci dal tono se quello che stanno dicendo le fa arrabbiare o le diverte.
Un uomo di quarant’anni, poco più forse. Piange in silenzio, ma potresti sentire chiaramente i suoi singhiozzi se non fossero attutiti dalla spalla della persona che lo abbraccia e gli carezza la testa.
Signore anzianotto e bimba piccola, forse quattro anni. Lo chiama papà, nessun dubbio sul loro rapporto. Lui la porta a scuola prima di andare a lavorare, giacca, cravatta, ventiquattrore e mazzetta di giornali economici, italiani e stranieri. La piccola sorride, fa un sacco di domande, indica, cerca. Il padre le risponde dolcemente, non è pazienza la sua: gli piace proprio stare lì con lei, spiegarle la vita mentre la accompagnarla nelle scoperte piccole e grandi che si fanno su un autobus.

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