Il cancro di Maria

Una telefonata la mattina, dall’ufficio. L’ennesima voce cara che le aveva parlato di cancro.

Tumore.

Quante volte ancora avrebbe sentito quel termine…
Quante volte ancora ci si sarebbe sentita a casa?
Perché per Maria era un po’ così. La malattia ce l’avevano avuta tutti, nel suo albero genealogico. Qualcuno se l’era pure portato via.

Maria guardava i palazzi dalla finestra dell’ufficio. Brutti. Minchia che brutta ‘sta periferia che si spara le pose da quartiere d’affari, ricco d’uffici e di edifici alti a specchi.

Maria si ripetè nelle labbra: cancro.
Lo sentiva come fosse uno di famiglia, caro. Oddio, caro, più che altro stronzo. Ma il parente stronzo ce l’abbiamo tutti.
Il tumore fa parte del suo DNA. Anzi, è nel suo DNA e, forse, chissà, porterà via anche lei.

Ogni volta che Maria andava da un medico, fatta l’anamnesi del suo ceppo familiare, il dottore le prescriveva preoccupato 2000 analisi da fare. Diceva che è prevenzione, è importante. Lei non le faceva quasi mai.
Perché il cancro Maria ce l’aveva dentro. Ce l’aveva nelle vene. Ce l’aveva negli occhi con cui guardava quei palazzi orrendi.

Ma è più forte e va avanti. Ma è più forte e sa che non importa quando arriverà all’ultima stazione. Non importa come ci arriverà. Quello che conta, sul treno della vita, è il viaggio.

E il suo viaggio, sin qui, le piace.

 

Anna Eva Laertici

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