Step by step (o sulle dannose convenzioni sociali)

Domanda del giorno: quanto contano le convenzioni imposte dalla società che avete attorno nelle scelte della vostra vita?

Ok, evitate di fare tutti gli anticonformisti ribelli. Francamente non ci credo, non ne ho mai conosciuto veramente uno genuino.

La verità è che stare nel gregge piace.

Altrimenti non avremmo sfrantecato i timpani a mamma per farci comprare le scarpe ipercostose di marca al Liceo che avevano tutti i compagnucci di classe; non avremmo comprato lo Scarabeo 50 negli anni ’90 e l’SH150 oggi; non andremmo a guardare Avatar anche se la fantascienza ci fa cagare (e il 3D vomitare), ma poi che siamo gli unici che non hanno visto Avatar?; non sogneremmo tutti il posto fisso (ciao, cari neoministri tecnici, leggetemi!) e soprattutto non staremmo in massa su Facebook.

Quindi, siamo tutti pecore.

Ciò detto, l’invidia sottile che si prova verso il qualcuno che – per forza, per passione o semplicemente per sfiga – esce dal rango, è prova del fatto che noi nella retta via delle scelte imposte dalla convenienza ci stiamo scomodi.

Quindi, pecore sì, ma sane.

Senza imprimere su carta (su video?) troppi dettagli della mia esistenza – e vabbè vabbè che non mi chiamo davvero Anna Eva Laertici, ma comunque so’ pure un po’ affari miei – provo a spiegare le ragioni della mia riflessione odierna.

La società ti impone degli step, se sviluppi la tua vita fuori da questi passi, ti devi giustificare.

Esempio, inerente la sfera ‘professionale’ di un individuo:

  • a 19 anni devi prendere il diploma,
  • a 25 massimo la laurea (ragazzi del nuovo ordinamento anche voi che traccheggiate tra triennale e specialistica, sempre a massimo 25 anni dovreste chiudere…);
  • a 27 non hai già fatto uno stage all’estero?
  • e a 28 un bel contratto a progetto che si trasforma in assunzione prima dei 30?

Oppure, scendendo nella vita privata:

  • Ti si concede un onesto cazzeggio fino ai 25, ma poi te devi fidanzà. Anzi, se non ti mostri in giro mano nella mano con qualcuno, le opzioni sono:
    • stai con uno/a sposato/a. Non puoi andare in giro teneramente abbracciato perché se ti becca la moglie/marito ti cionca le mani, le gambe e se sei maschietto anche altre appendici;
    • sei gay/lesbica. Non mostri il partner perché la società ti fa a fette… viviti ‘ste perversioni a casa tua e fuori da lì dichiara d’essere uno ‘normale’. Uno sano. Insomma, un etero. (Giuro che gente che la pensa così esiste ancora, nel 2012);
    • sei semplicemente sfigato/a.
  • Intorno ai 28-30 devi essere andato a convivere. Senza appello. Se non convivi, o meglio ancora sei convolato a giuste nozze, sei merda. Senza appello, di nuovo.
  • Ovviamente, ora che condividi lo stesso tetto con l’amore della tua vita che fai, non metti al mondo una creaturella, pronta a subire gli stessi step imposti che hanno già rovinato l’esistenza a te?

Su questo punto sono ancora più dura. Entriamo infatti nel dettaglio dei ‘gradini obbligati da scalare’ per l’universo femminile, che come sempre (ma solo da qualche millennio) è ancora più condizionato e torturato dalla pubblica opinione.
Sei donna?
Dai 30-31 anni l’unico e solo obiettivo della tua vita, l’unico e solo argomento di conversazione, l’unico e solo scopo che dia un senso al tuo essere presente su questo inospitale pianeta, l’unica e sola missione che tu debba portare a compimento per non essere considerata inutile pezzo di carne da buttare è

fare figli.

Altrimenti, diciamocelo francamente, che donna sei?

Ok.

Stabilito questo, la diagnosi è semplice:
hai saltato qualche passo?
Non vali un’acca. Davvero, mi chiedo cosa tu faccia a questo mondo. Prenditi una bella consolle di giochi e ritirati su un eremo. Questa società non ha bisogni di pesi.

Invece, mi chiedevo questa mattina – e forse la mattina dovrei smettere di farmi troppe domande, e forse pure in altri momenti della giornata – quando si inizia un nuovo percorso, chi li detta gli step?
A lavoro, per esempio, aumenti e cavoli vari li decidono i capi.
E nella vita privata? Chi stabilisce cosa fare e quando?
Ebbene, ancora una volta, è l’opinione pubblica che ci condiziona… “Possibile si siano già sposati? Si conoscono da soli due anni!”; “Hai sentito che si sono separati? Litigavano sempre, però avevano un figlio, non si fa…”; etc. etc.

Nella mia vita ho saltato parecchi gradini, ne ho saliti altri, e qualcuno di questi l’ho anche disceso rovinosamente. Insomma, la mia sfera privata è disseminata di scelte che la società non approva.
Eppure, se dicessi che qualche volta stare nel gregge non mi sarebbe piaciuto, mentre mi guardavo allo specchio e scorgevo qualche ruga in più, beh, mentirei.

Ciò detto, vedo che piacere a certi canoni imposti e omologanti, a volte, mi costa davvero caro. Anzi, penso che certe scelte nel passato mi sono costate tantissimo. O altre eventuali mi costerebbero tantissimo.
E a volte, banalmente, non ho voglia di pagare.

Scuoto la testa vuota e lascio che il vento mi scompigli i capelli.
Saluto l’assennato gregge, e corro.

 

Anna Eva Laertici

 

PS. Si ringrazia per il titolo una voce splendida.

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6 pensieri su “Step by step (o sulle dannose convenzioni sociali)

  1. Ma è davvero così importante essere approvati dalla società? E chi è, poi, questa società? La famiglia, gli amici, i vicini, i colleghi? Ce ne frega così tanto della loro opinione da lasciarsi condizionare la vita? Da permettergli di farci sentire inadeguati, incompleti, o addirittura anomali?Non potrebbero essere loro gli anormali? Quelli che procedono, senza riflettere e senza farsi domande, sul sentiero percorso da innumerevoli altri prima di loro, solo perchè “tutti fanno così, e si è sempre fatto così!”Quelli che affondano nella melma di una squallida e inquietante omologazione per non sentirsi “fuori” dal branco…
    Io voto per la rottura, l’innovazione, il coraggio di essere “diversi”, ma soprattutto la libertà di essere “se stessi”.
    E se a qualcuno non piace: “problema suo!” 🙂

  2. Essere approvati dalla società non credo sia importante (qualche altra riprovazione e personalmente ci finisco la pagina dell’album), al contrario lo è (e forse anche un bel po’) essere apprezzati dagli altri: dai colleghi, dai capi, dai condomini, dagli amici.

    Un complimento, un ringraziamento o un apprezzamento – quelli sinceri, naturalmente – ti danno quella spintarella che ti fa sembrare la strada un po’ più in piano e non sempre in salita. Avere tali riconoscimenti ci fa sentire bene, accolti e coccolati in un dato insieme. E ci piace starci in quell’insieme!
    Mosipot, mi sembra che tu abbia un’accetta affilata come un bisturi, beata te, ma verso la fine del tuo scritto viene fuori l’unica cosa che veramente conta per tutti: essere se stessi.

    Forse “rottura, l’innovazione, il coraggio di essere “diversi”” ad ogni costo, potrebbero alla fine rappresentare solo degli inquadramenti aggiuntivi.
    Una specie di omologazione antiomologazione. 🙂

    PS.: AEL, posso stamparmi una maglia con la scritta “Anna Eva è amica mia!”? 🙂

    1. sottoscrivo pillibus. chi è “contro” e lo fa solo perché è meglio esserlo vale tanto quanto chi è “dentro” e lo fa solo perché è meglio esserlo.
      sono punti di vista. e i punti di vista, nella vita, possono cambiare e risentire anche dei momenti e degli stati d’animo. solo gli stupidi non hanno mai dubbi. e di questo ne sono certa 😉
      ciò detto, AEL, ti quoto. in pieno. firmato una sfigata che è fuori dagli STEreotiPi, a volte contenta di esserlo, a volte meno.

  3. Oddio, oddio, ma quanto siete belli tutti (Pilli, vai con la maglietta, io mi compro il cappellino tuo… il cappillibus).

    Comunque, Mosipot, io sono una teorica del ‘ognuno ha il diritto di vivere come vuole’ di caterinacaselliana memoria. Il discorso è che essere sempre salmoni nella corrente a volte è pesante. Non nascondo che essere inserita in dinamiche ‘approvate’ dalla società che mi circonda spesso mi ha gratificato, non per i contenuti che la situazione mi ha dato, ma per la sensazione di riposo e serenità che ne scaturiva. Mi sembra che a volte mi sia dovuta giustificare un po’ troppo con tutti, per alcune scelte di vita intraprese.
    Ciò detto, resto una da barricate… ‘una per cui la guerra non è mai finita’, per continuare a citare voci femminili della musica italiana.

    Infine: Stesa, mi urti, perché tutto quello che scrivi, io lo appoggio. E’ impressionante questa simbiosi. E poi il finale è perfetto. Hai detto in una frase quello che io non riesco ad esprimere con centomila parole. Sono esattamente così: spesso controcorrente, “a volte contenta di esserlo, a volte meno”.

    Baci a tutti, dentro e fuori gli stereotipi,
    Anna Eva

  4. convenzionale/non convenzionale

    convenzonale: oggi Silvia (mia moglie) è stata invitata da un suo diciamo capo a presentarsi al lavoro con abiti morbidi per non imbrazzare i clienti. Mia moglie, per inciso, è incinta.

    non convenzionale: spesa da billa, Edo s toglie le caccolette, io lo esalto come merita e le appiccico sul carrello con naturalezza imbarazzante

    simone

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