London 2012 – Ovvero, a me m’hanno rovinato i cartoni giapponesi

Invidia. Invidia nera. O meglio verde.

Invidia per queste nane snodate che affrontano il tappeto, o le parallele asimmetriche, o la trave, volteggiando con una facilità che mi fa rabbia.

Rabbia e invidia.

Rabbia di una ottenne che indossa felice un body di lycra made in anni ’80 perché con quel pezzo di plastica verde addosso, che sbrilluccica per l’elevata percentuale di sintetico, si sente come Hilary e si accorge di essere Paperoga.

Hilary era la protagonista di un cartone animato che andava su Italia 1 (i cartoni animati venivano trasmessi solo da Italia 1) e faceva la ginnasta. All’epoca, i giapponesi esportavano nei cartoons una supremazia sportiva che non ha trovato (quasi) mai riscontro nella realtà: Mila era campionessa di pallavolo alle olimpiadi di Seul? Beh, a quei giochi vinse la nazionale sovietica, dopo aver battuto in finale la Cina (feat. wikipedia).
Però, nella tradizione animata, Mimì Ayuara prima e Mila Hazuki poi avevano convinto tutte noi bimbette dell’assoluta invincibilità della scuola di pallavolo giapponese.

Ma torniamo a Hilary e ai suoi innaturali volteggi, a corpo libero e con gli attrezzi della ritmica. Con gli anime del sol levante, e anime è l’esclamazione di romanesco stupore davanti a certe posizioni (vedi anche Holly e Benji col campo da calcio in salita e lungo chilometri, le piroette con base sulla traversa e i tiri con la palla talmente veloce da scomparire), la mia generazione era diventata un vivaio di talenti sportivi che aspettavano solo il giusto allenamento per venir fuori.

Quindi servivano un body un po’ zoccolesco (le protagoniste dei cartoni avevano corpi incredibili, vedi “Occhi di gatto”), un allenatore bastardo che ti copriva i polsi di catene per insegnarti la vera ricezione, oppure una tipa che prometteva di portarti con lei in Bulgaria per insegnarti i veri trucchi della ginnastica, a patto che tu però avessi imparato a volteggiare a occhi chiusi su un tappeto di chiodi. Abnegazione e sacrificio erano i messaggi neanche poi troppo subliminali dei nostri cartoni animati: poi uno si stupisce se cresci disadattato.

Immaginatela, la mia delusione: niente di tutto questo alla scuola elementare di San Cleto, dove mi ero iscritta fiduciosa all’associazione Ramise.
La palestra era bruttina e scrostata, i tappetini per ammortizzare le cadute un po’ troppo sottili e dal body di lycra uscivano i lembi delle mutande appiccicati ai collant bianchi saltallegro.
Io che sulla trave sono riuscita solo a fare l’equilibrista, e mi cimento ancora nella ruota solo se sto su un prato o sulla spiaggia… ti odio, nana col body luccicante di veri strass che zompetti come una molla su qualsiasi superficie, compi evoluzioni che sfidano le leggi della gravità e fai sembrare il tuo esercizio una naturale espressione del corpo umano.

Rabbia e invidia… forse, ammirazione.

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2 pensieri su “London 2012 – Ovvero, a me m’hanno rovinato i cartoni giapponesi

  1. “anime è l’esclamazione di romanesco stupore davanti a certe posizioni”

    Sto sentendomi male dal ridere. Aiuto, mi escono le lacrime.

    Anna Eva

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