La misura dell’amore

L’aveva letto sullo schermo del suo pc. Curioso quel rapporto epistolare, inspiegabile, anacronistico. Sapeva di Seneca e Foscolo, sapeva di distanze superate. Il loro modo di vivere l’amicizia era via e-mail. Per certi aspetti, si raccontavano anche riflessioni che non concedevano a chi era nella quotidianità.
E così, anche quella volta, Giulia aveva lanciato il suo dubbio in forma scritta a Chiara, Claudia, Maria Rosaria e a lei: qual è la misura dell’amore?

Già, la misura dell’amore.

Un romanzo che aveva letto anni fa, una vita fa, nella quarta di copertina recitava “La misura dell’amore è la perdita”.
Terribile. Chiuse gli occhi, provò a pensarci. Terribile.
Davvero ci si accorge d’aver amato solo dopo aver perduto?
Possibile che l’amore venga compreso solo volgendosi al passato? Non colto nell’attimo presente, né progettato nei giorni futuri? Non so, non la convinceva.
Lei aveva amato e perduto e dopo ancora ha amato e perduto nuovamente. Però, troppe volte aveva avuto la coscienza d’amare nell’istante in cui ne afferrava la felicità.
No, a lei non serviva un’assenza per farle capire l’essenza.

Trovò la misura dell’amore, piuttosto, sghignazzando tra sé e sé in un’autoanalisi frettolosa, ovvero nelle cazzate che tutti fanno per le persone amate. Chissà perché nel bouquet dei suoi ricordi, così variopinto, così lungo anni e anni (volti e volti), colse un fiore da adolescente: le ritornò in mente quella sedicenne in Scarabeo sotto casa del fidanzatino. Sperare che scendesse. Vederlo un solo minuto. Una lite le aveva trafitto il cuore: era l’adolescenza e quindi era la fine del mondo. Rimase un pomeriggio lì sotto, ad alternare lo sguardo tra la sua finestra e il suo portone. Il vero sacrificio era restare lì, con tutti i compiti che da brava secchioncella sentiva il dovere di fare. Soffrire al pensiero che avrebbe rischiato d’essere impreparata (“no! Io! Giammai!”) l’indomani. Un sacrificio che il fidanzatino compagno di classe, molto ma molto più sereno di lei verso l’abnegazione per i doveri scolastici, non colse. Finì con lo stupore di lui. Scese, ore dopo, e la trovò lì. Un frettoloso: “Ma che davèro sei rimasta qua? Oddio, me dispiace. Comunque, tranquilla, è tutto a posto. Mo però c’ho er calcetto”.

Da allora, di cazzate per amore ne ha davvero fatte a secchiate. E sacrifici veri, dolorosi, sofferti, anche. Pentita? In realtà quasi mai. Rifarebbe forse non tutto, ma molto. Per ognuno di quei volti, di quegli occhi, di quei cuori.

Ma allora cos’è la misura dell’amore?

Lei ci ha riflettuto. E ha capito che non lo sa.

Però oggi si è trovata una piccola risposta, che non vuole essere la Risposta con la R maiuscola, che non sarà un punto, ma solo una virgola a quella domanda.

E’ una risposta che la stupisce. La misura dell’amore del 2012 per lei è un albero di Natale. Dovreste vederli. Lei e l’albero. Si guardano di sottecchi. Lui è lì. A scapito delle sue idiosincrasie. Lui non lo sa, ma è simbolo di un periodo che lei detesta, che odia. O forse lo sa, perché quando lei ne incrocia le aghiformi foglie di plastica, sembra che lui abbassi lo sguardo, si renda schivo, discreto, o si scusi delle luci e della presenza multicolore.
La misura dell’amore oggi è capire che per altri il Natale è gioia, famiglia, serenità. Come faccia ad esserlo, è un mistero. Lei continua a voler saltare a piè pari il mese di dicembre, ma stavolta si sforza di calarsi in quel mondo che non la pensa così. E’ uno sforzo d’amore.
Prova a leggere quell’albero pieno di addobbi attraverso altri occhi. E forse, chissà, magari un giorno imparerà a volergli bene.

 
Anna Eva Laertici

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