La caccola

Per mio fratello è una battaglia. Si è fatto paladino delle ingiustizie subite da noi poveri scooteristi ad opera dei vetturisti (quelli che guidano le 4 ruote). Io non ho la stessa sua vibrante passione, però sento che per aiutare chi come lui si spende in queste lotte, devo raccontare la mia testimonianza.

Ieri mattina mi hanno lanciato una caccola.

Cominciamo col dire che per noi Romani la caccola è unità di misura per indicare cosa piccola. Il più delle volte l’accezione del termine è di tipo ironico-sarcastico, come a dire che la quantità in questione non è affatto lieve, ma al contrario di proporzioni significative.
(Esempio:
Collega numero Uno: “Ho dovuto smazzare 100 email di richieste da parte dei Clienti in mezz’ora”
Collega romano numero Due: “…’na caccola!”)

Va bene, dopo la digressione linguistica, torno al racconto (horror).

Da brava motorinista allergica alle code, passavo esterna fiancheggiando una lunga fila di automobili ferme sotto il sole cocente di una Roma agostana. Ad un certo punto, però, mi sono dovuta fermare. In primis, perché ero in prossimità di una curva che conosco molto bene e so che le macchine che vengono nel senso opposto la tagliano molto. Poi, perché la vettura che ingombrava la strada era più larga della altre, tipo un Ducato, un Fiorino, quei mezzi da lavoratori che immagino sempre trasportino a zonzo secchi di vernice. Non so perché. Io ci vedo secchi di vernice, dentro. In ogni caso, avrei dovuto scartare troppo a lato per superarlo, entrare nella carreggiata opposta e addirittura vicino ad una curva.
Mmmmmmh… “no, troppo rischioso”, mi sono detta “restiamo qui”.
A guardare il tizio che guidava grazie al suo specchietto esterno.
Ebbene, l’uomo – di circa 40-45 anni, capelli bianchi ingelatinati, maglietta sporca da manovale già alla terza ora di lavoro alle 8 del mattino – si è infilato l’indice in una narice e ha iniziato a ravanare con impegno e dedizione.

D’improvviso, il terrore. Capisco la mala parata.

Mi faccio coraggio e accelero: io devo superarlo prima che mi lanci il prodotto interno lordo del suo naso.
E invece, proprio nell’istante in cui lo affiancavo accelerando, ha tirato fuori mezzo braccio, indice e pollice a mo’ di schicchera e… spenf!
La caccola è finita su di me.

Io – sentite la perversione – ho tirato un sospiro di sollievo al pensiero che non mi fosse finita sui vestiti, perché avendo una riunione mi ero acchittata da femminuccia perbene e quindi non avrei saputo staccare la caccola dalla magliettina frufrù che indossavo.
Il sospiro di sollievo si è strozzato nella mia gola quando ho capito che cazzo mi sospiravo di sollievo sul fatto che la caccola era lì: sulla mia nuda carne, sul mio braccio destro non coperto da maniche invernali.
Fiera.
Appiccicata alla mia pelle e scintillante sotto il sole.

Ora, nella mia vita da motorinista ho preso cicche di sigarette e gomme da masticare, starnuti e colpi di tosse. La caccola mi mancava. La inserirò nel mio curriculum ducis duarum rotarum (il cv dei conduttori di scooter, ce lo abbiamo scolpito nel cuore).

Scena finale: sono arrivata al parcheggio dell’ufficio e mi ha beccato lì sotto la consulente con cui avevo l’appuntamento in ufficio. Sono salita in ascensore con lei. Poi mi sono appoggiata ad uno stipite di una porta della sede dell’azienda e ho iniziato con nonchalance uno sfregamento metà lap dance metà orso Yoghi con gli alberi (io però ho più la sensualità del secondo) e alla fine sono riuscita a lasciare la caccola su quello stipite di quella stanza.
Ai colleghi che mi leggono: no, non ve la dico che porta era.

Come dicevano i nostri padri latini, e come deve aver pensato il tipo sul Ducato o Fiorino o che cavolo era quel camioncino infame:
caccola tua, vita mea.

 

 

Anna Eva Laertici

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