Tempus fugit

Si parlava, con canatima, di come i mondiali scandiscano anche il tempo della nostra vita. In effetti, il fatto che siano indetti ogni 4 anni fa sì che si dipani tra l’uno e l’altro un periodo che della nostra esistenza che a volte può trovarci terribilmente rivoluzionati al mondiale successivo.

 

Canatima, in comune con me, ha il fatto d’esser nato in un anno di mondiali. Tacerò la nostra abissale differenza d’età, mannaggia a lui, ma mentre ci narravamo alcuni episodi delle nostre vite durante le edizioni precedenti, mi sono resa conto d’aver ricordi di pezzi di storia del calcio che lui forse avrà letto solo sui reportage che i quotidiani ripropongono sempre in questo periodo. Sì, mi sono sentita vecchia. Sì, per vendicarmi gli venderò il divario calcistico-generazionale come un “eh, non sai che ti sei perso, quante cose so più di te, tsé”.

 

Canatima e io non siamo originali, sia chiaro: credo che già gli antichi Greci, giusto qualche annetto fa… , usassero le Olimpiadi anche per datare alcuni eventi della loro storia.

Ho provato a tracciare così una collana di perle di episodi che sento legati a ciascuna edizione del mondiale: istintivi, però, immediati. Non voglio fermarmi a elaborare troppo il periodo che stavo affrontando in ciascun anno.

 

Non voglio, per esempio, pensare al 2014, perché lo associo a un episodio triste che riguarda una persona che adoro. Penso però che già eravamo “scrittori di blog cazzoni” e questo sì che mi fa sorridere. Erano anni di viaggi, per me, e di una indipendenza che ormai mi è proibita, in nome del grande nemico della libertà: l’amore.

 

La cantilena Waka Waka d’epoca 2010 – che già altrove dissi che alla fine a me era piaciuta – la abbino invece a zia Beca che la balla nella mia splendida, meravigliosa, vecchia casetta. La associo anche all’incredulità che ci lasciò il fatto che noi strafichissimi e gloriosi campioni del mondo in carica uscimmo già ai gironi.

A ripensarci oggi, con l’eroica Nazionale attuale che ci ha negato finanche il sogno iniziale di mettere uno scarpino in Russia, ecco, quello del Lippi-bis mi pare persino un ottimo risultato.

 

La gloriosa finale del 2006, quella in cui io sola sulla Penisola esultai in cuor mio per la craniata di Zizou all’odioso Materazzi, mi vede in attesa di scendere in strada a fare i caroselli: festeggiavamo il compleanno dell’allora ragazza, oggi signora, di nostro fratello er tabbaccaro. Smaniavamo in realtà per andare a sclacsonare in centro coi motorini, coi volti dipinti di blu, le bandiere tricolore allacciate al collo e una valigia di insulti per i cugini transalpini. Ma nessuno si mosse fino a quando non ci fu dato il via.

Perché pure l’amicizia è un’altissima forma d’amore e come tale anch’essa è nemica della libertà.

 

Il 2002 lo ricordo su sudatissimi libri di studio e nella piena convinzione che ho ancora adesso d’aver assistito alla più forte Nazionale italiana di sempre. Rileggetene la formazione: oggi trionferebbe su qualsiasi altra compagine presente a questo mondiale. Non ci fece vincere un arbitro il cui nome ancora oggi nello Stivale è conosciuto da tutti, ed è diventato antonomasia di Nemico della Patria, di Ingiustizia Terrena, di Corruzione dell’Anima, di tanti e tanti dolori da scrivere con la maiuscola, ma che è soprattutto divenuto sinonimo di stronzo.

 

Nel ’98 gufai l’Italia, va detto. Avevo un esame importantissimo il giorno dopo la finale. Erano i tempi in cui ancora si pensava che l’Italia potesse arrivarci in finale, altro che 2018. Ma fu la volta della variopinta Francia anti Le Pen contro il malore di Ronaldo. E all’esame il giorno dopo andai amaramente benissimo.

 

Italia-Messico del ’94 non la ricorderà nessuno: finì in parità e non fu nemmeno una partita brillante. Io però proprio quel giorno avevo acquistato il mio primo glorioso motorino nuovo e morivo dalla voglia di farci un giro. Quella partita mi sembrava una perdita di tempo, così stetti affacciata in finestra durante tutto il match a osservare l’amato mezzo fiammante, legato al palo sotto casa, con il terrore che me lo fregassero. Per la cronaca, me lo rubarono due anni dopo (chissà, magari durante un Europeo?), perché Roma è Roma e non puoi dichiararti un vero civis Romanus se non ti hanno mai fottuto uno scooter.

A Canatima, che di questo mondiale non può avere ricordi, faccio notare la sua fortuna: Clo, non hai pianto sul rigore di Baggio. Credimi, lo facemmo in 60 milioni.

 

Del mondiale ’90 ho il ricordo più vivo e più fesso. Ma siccome ho deciso di confidarmi, bevo l’amaro calice e racconto tutto fino in fondo.

Le mie cugine e io convincemmo in quell’estate zio WalterSantoSubito a farci portare agli allenamenti della Nazionale a Marino per rimirare da vicino (e da Vicini… perdonatemi tutti, m’è scappata la battuta idiota) i bei calciatori di cui ci dichiaravamo già innamorate, in un’età che di innamoramenti non conosce ancora nulla. Le mie cugine impazzivano per Vialli e Mancini, e ovviamente per Roberto Baggio. Io stravedevo per Nicolino Berti, e strano a dirsi non è nemmeno la cosa peggiore che abbia fatto in vita mia. Ma tutte condividevamo la passione per il nostro unico e solo capitano giallorosso. C’eravamo andate armate di cartelli e il più imbarazzante era per lui: “Siete tutti carini, ma il migliore è Giannini”. Tornammo con il solo autografo di Picchio De Sisti, che era nello staff del CT, l’espressione sempre più da martire di zio WalterSantoSubito e un carico di vergogna al ricordo di quel cartello che ancora mi porto addosso.

 

Qui finisce il mio countdown, un po’ perché davvero per gli altri ero troppo piccola, un po’ perché se voglio continuare a levarmi l’età non è opportuno far capire che potrei tornare ancora indietro negli anni, e nei mondiali.

 

Chioso con una riflessione legata vichianamente alla ciclicità dei corsi storici.

Come dicevo, sono nata nell’anno di un mondiale, poche settimane prima che iniziasse un’epica edizione. Nella mia famiglia si racconta che papà usasse la scusa di darmi il biberon per guardarsi, con me in braccio, tutte le partite.

Oggi, nel 2018 senza Italia e senza capitani di sVentura, un’altra nata sotto il segno dei Gemelli e dei mondiali, mi concede il lusso di guardarmi tutte, ma proprio tutte, le partite della competizione facendomi viaggiare virtualmente da Nižnij Novgorod a Kaliningrad, da Ekaterinburg a Mosca. E nel frattempo lei, ignara, mangia tranquilla.

 

 

Anna Eva Laertici

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